jobs edison ford

«Non ho fallito. Ho solo trovato diecimila modi che non avrebbero funzionato», così Thomas Edison commentò i suoi diecimila tentativi che lo portarono, infine, ad accendere la lampadina elettrica

 

Anche Henry Ford affrontò due crac finanziari prima di fondare la Ford Motor Company, così come  l’esempio più citato dei giorni nostri è quello di Steve Jobs, il cui flop del 1984 lo portò a uscire dalla Apple e a rientrarci solo nel 1997 come CEO…

 

Diamo prima uno sguardo oltre oceano…

L’America è caratterizzata dal motto “Fail fast, fail often”, ossia prova se la tua idea funziona senza perdere tempo, così da poter agire altrettanto velocemente nel migliorarla o cambiarla. Per questo i giovani sono incoraggiati fin dall’Università a provare a mettersi in gioco, fondando startup un giorno sì e l’altro pure… e il rischio di fallire? Fa parte del gioco.

 

2 fail fast fail often

 

Tornando in Europa invece…

In particolare in Italia, la situazione è diversa: cambiare, andare verso qualcosa che non si conosce, con il rischio di fallire “paralizza”! E se cambio e poi mi va male? Il fallimento viene, infatti, spesso stigmatizzato e nel pensiero comune viene visto come un “onta”, come qualcosa da nascondere.

 

Ora, al di là delle innumerevoli teorie sul perché gli americani abbiano sviluppato questo tipo di mentalità -religione protestante, capitalismo fondato sull’individuo e non sullo Stato, etc.- quanto può essere funzionale il nostro “atteggiamento” in un’epoca come quella della Digital Transformation, dove il cambiamento è vitale?

 

Prendendo in esame uno dei settori cardine dell’attuale trasformazione, il mondo dell’Intelligenza Artificiale -durante l’AI Forum (primo congresso italiano sul tema appena tenutosi a Milano)- sono usciti alcuni interessanti spunti sulla situazione del nostro Paese che hanno evidenziato l’impatto negativo della “cultura del fallimento” sull’impresa italiana:

 

1. Difficoltà di comunicazione con il mondo della ricerca

2 italia quarto posto minChe l’Italia faccia bene nel mondo della ricerca sull’AI -siamo al 4 posto mondiale- nonostante i pochi investimenti è un dato di fatto (come evidenziato anche da Rita Cucchiara, Direttore del Italian Lab in Artificial Intelligence and Intelligent Systems).

Ma questi scarsi investimenti cosa comportano?

Ovviamente la fuga di cervelli verso Paesi che riconoscono il valore della ricerca.

E quei progetti finanziati che vanno a buon fine? Rimangono solo sulle riviste scientifiche o vengono poi implementati efficacemente nel mondo reale delle imprese? Cos’è che frena realmente le nostre imprese? Il fatto che, a fronte di un investimento economico, i benefici non siano certi o è perché non sono visibili nell’immediato?

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2. Incapacità di cogliere le “vere” potenzialità dei nativi digitali

Total tech care 360 senior supportChe i nati dal 1980 in poi abbiano una naturale predisposizione per l’innovazione e il mondo digitale è un dato di fatto, ma le aziende -al di là del ruolo per cui li hanno assunti- hanno mai pensato che questi possano fare da mentor, insegnando qualcosa -lato digital ad esempio- ai senior in un’ottica di reverse mentoring?

O vale sempre e solo il discorso inverso?

Ciascuno di questi aspetti implica un cambiamento e, quindi, in ciascuno di essi è insito il rischio di fallire… nel primo caso gli investimenti fatti potrebbero non portare i benefici sperati; nel secondo invece, le figure senior potrebbero sentirsi svalutate e messe in un angolo...

 

Ma quale sarebbe il rischio se restassimo fermi?

Il futuro purtroppo non si può prevedere, quello su cui si può lavorare oggi però è sicuramente la cultura. Come sottolinea l’AD di Injenia: “il 50% del lavoro va fatto sulla cultura aziendale, prima ancora che sulla tecnologia che deve essere una sua conseguenza” e noi di ASAP siamo d’accordo.

4 tech e cultura

“Il coraggio è resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura”
Mark Twain

 

 

 

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